San Donato in Polverosa Firenze

Dalla chiesa di San Donato in Polverosa partì la spedizione nel 1188. Poi ci sono succeduti frati e monache fino all'acquisto del principe Demidoff. Ma l'attuale aspetto è merito di Don Bencini, parroco per quarant'anni. Don Olfier ha raccolto il testimone. La villa è stata uno dei poli d'attrazione della cultura: dentro ci sono splendidi affreschi.

Incastrata com’è tra i palazzoni di via di Novoli, è risorta dall’oblio e dalla rovina. Le sue vicende alterne hanno attraversato tutto il passato millennio. Oggi la facciata della chiesa non c’è più, si entra dalle porte laterali. Ad aula unica, tutta in pietra forte, sulle pareti affreschi staccati del trecento. Possente, avvolgente, scura e buia. Una chiesa romanica che ha recuperato, dopo importanti restauri, il suo antico sapore.

Oggi una parte delle costruzioni del dopoguerra che la invadevano è stata abbattuta, liberando lo spazio antistante a quella che tornerà ad essere la facciata. Progettata, si spera, come in origine con il suo bel porticato. Negli anni ’60 - quando si è ricostituita la parrocchia - l’antica chiesa era occupata in parte da un’officina per la riparazione di serbatoi di nafta, in parte da straccivendoli che vi avevano attirato ogni sorta di animali.

L’attuale aspetto si deve in gran parte al mitico Don Franco Bencini, parroco in San Donato dal 1963 al 2003. Secondo la leggenda, la fondazione della chiesa di San Donato in Polverosa risalirebbe ad un momento imprecisato prima dell’anno mille, quando si è completata la costruzione del monastero annesso. Si narra che nelle terre ancora vergini a circa un miglio fuori la piccola città di Firenze fosse giunta una principessa pagana con molte ricchezze. Sarebbe stata proprio lei a volere un monastero sulla casa e sulla torre dove morì e fu sepolta.

Da questa chiesa dopo una cerimonia di grande solennità, è partita la terza spedizione crociata. Era il 2 febbraio 1188. Gerardo, l’arcivescovo di Ravenna, ha chiamato a raccolta mezzi e uomini proprio in questo luogo, prescelto per l’adunata e la concessione delle croci sulle vesti di chi partiva per la Terrasanta. Da li il 2 febbraio è diventato il giorno della commemorazione a San Donato.

Vi si sono succeduti gli Agostiniani, detti 'Polverosi' per il colore del loro saio. Poi gli Umiliati, quelli che tessevano i robusti pannilana chiamati 'humiliati' tanto apprezzati sul mercato. Gli stessi che poi si trasferiranno nella chiesa di Ognissanti. Infine vi prenderanno posto le monache di clausura di Santa Maria Maddalena delle convertite. Nel 1809 con la soppressione napoleonica degli ordini ed enti religiosi le monache abbandonano il chiostro secolare e la chiesa viene sconsacrata.

Era il 1825 ed il 1827, il complesso lasciato in abbandono viene acquistato dal principe Nicola Demidoff che incarica l’architetto Silvestri di realizzare una grande villa neoclassica. La nuova costruzione si sovrappone completamente alle antiche strutture monastiche, fatta eccezione della chiesa, che diventerà la biblioteca di Villa Demidoff, scrigno di tesori d’arte. La Villa è stata per la verità uno dei poli della cultura internazionale a Firenze.

Gli affreschi conservati all’interno, che sono affiancati dalle loro sinopie, sono di un certo pregio. Sono di Matteo di Pacino, Cenni di Francesco di Ser Cenni, e di Gaetano Bianchi è il dipinto di Pazzino de’Pazzi che rende omaggio a San Donato. Attualmente la chiesa appartiene alla parrocchia, sotto la guida di don Wieslaw Olfier.

Fonte: Quotidiano Il Firenze del 26 Gennaio 2008

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